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La privacy come asset competitivo

Scoop assoluto delle ultime settimane. Facebook e gli altri social media non tutelano la nostra privacy. Urca, che notizia. Sono anni che la pubblicità viene progressivamente monopolizzata da sistemi che permettono di segmentare l’audience web e proporre un messaggio promozionale (in senso lato: commerciale ma anche politico, religioso…) a un pubblico ristretto ma altamente motivato.

Di più: sono anni che diciamo che il futuro dell’advertising (nel digitale l’inglese è un must) è proprio nel modello portato avanti da Google, Facebook & Co., e che le aziende spostano i loro budget pubblicitari su piattaforme per “targettizzare” i loro messaggi. E da anni tutti navighiamo su internet e app visualizzando annunci pubblicitari esplicitamente costruiti sulle nostre ricerche online. Il tutto con un certo entusiasmo: meglio una pubblicità in linea con i miei interessi e tutto sommato discreta, rispetto a un banner molesto uguale per tutti.

Cadendo dal pero, da qualche settimana parliamo di Cambridge Analytica: un’azienda cattivona che ha profilato milioni di utenti grazie a imbarazzanti quiz pseudo-psicologici a scelta multipla. Obiettivo: individuare correlazioni tra gusti o abitudini e orientamento politico al fine di inviare messaggi personalizzati. Abbiamo assistito a un dibattito mediatico ridicolo legato non alle modalità di convidisione dei dati e al consenso da parte degli utenti, bensì al fatto che grazie ai dati di Cambridge Analytica alcuni esponenti politici di primo piano avrebbero ottenuto vantaggi elettorali.

E invece, alla vigilia del GDPR, era l’occasione giusta per spiegare al grande pubblico che alcuni servizi online sembrano gratis ma vengono pagati con informazioni su chi li usa: l’utente è merce da vendere a terzi. Per spiegare che più un servizio è su misura, meno privacy garantisce. E che in un’economia basata sui dati come quella che stiamo costruendo, sarà fondamentale sapere chi gestisce i miei dati personali e in base a quali regole. Che si parli di social network, compagnie assicurative, banche, pagamenti o e-commerce: il cliente dovrebbe essere educato a chiedersi chi lo profila, come e perché. Gli addetti ai lavori lo sanno, il grande pubblico no.

Sicuramente in futuro ci saranno altri casi come quello di Cambridge Analytica. E che ci siano reati o meno, di privacy e di gestione dei dati si parlerà ancora. Ci sarà di nuovo l’occasione di fare del rispetto della privacy di un cliente un asset competitivo importante. E distintivo rispetto a certi nuovi player.

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